
In
due anni di accademia di belle arti ho dovuto imparare a convivere
con il fallimento.
Fino ad ora sono sempre passata dall'euforia iniziale alla delusione
finale, ma in questi ultimi tempi ho preferito cambiare approccio. Frequento un'accademia che dà una forte impronta lavorativa al
metodo d'insegnamento, quindi io e miei compagni veniamo messi sotto
pressione dai professori per farci produrre a più non posso, alcuni
pretendono quasi un'opera definitiva alla settimana.
A volte mi
sembra che le opere siano un mezzo e che il fine diventi il
portfolio, questo inquietante file InDesign, che ci fa intravedere il
miraggio dell'ultimo aggiornamento e che ci porta a stipare il
computer di infinite versioni che assumono nomi sempre più contorti
da “portfolio-def-def_low_quality_web”,
passando da “portfolio
aggiornato_docva_3”,
finendo con
“portfolioDef4_ultimissima_versione_aggiornato_per_ultimo_davvero_questa_volta!”.
Per
molto tempo ho considerato una mia inettitudine soffrire per le
tempistiche istituzionali, ma ho deciso per una volta a prendermi il
mio tempo e sono riuscita ad avere una visione più nitida.
Tantissimo mi ha aiutata leggere su Alberto Giacometti e più di
tutto provare a capire che tipo di rapporto aveva con le sue opere.
Per lui ogni sua opera era di per sé un fallimento, moltissime delle
sue sculture sono state salvate dai calchi del fratello Diego, queste
opere erano parte di un processo, un continuo tentativo di mostrare
come vedeva la realtà. Trovo emblematico il fatto che le proporzioni iniziali delle sue sculture fossero fedeli ai modelli e che solo successivamente si assottigliassero. In
tal senso si spiega anche la ragione delle piccole e minime misure
che le sculture di Giacometti
avevano. La
statua per vivere richiede sempre attorno a sé un riposo,
una zona di vuoto; solo per questo è possibile risolvere meglio
quelle di piccole dimensioni; per le altre occorrerebbe troppo
spazio: non più una stanza, ma una certa porzione d’aria libera
determinata dalle sculture stesse. Il
tentativo di ricreare un oggetto che dia una sensazione il più
possibile vicina all’emozione provata ‘per la prima volta’
dall’artista medesimo alla vista del soggetto. Tutte le altre cose,
gli stessi problemi più o meno teorici non sono che dei mezzi per
raggiungere questo fine; quanto lo sono la creta, il gesso e l’acqua
per modellare. Il fallimento era intrinseco al suo
operare artistico, forse nulla lo spiega meglio di questa sua frase:
“Io non riconosco più le persone a forza di rivederle. […]
Quando mia moglie posa per me, in capo a tre giorni non si somiglia
più. Non la riconosco assolutamente più”. Lo sguardo di
Giacometti era tanto analitico da carpire i cambiamenti della realtà,
da non riuscire a stare al passo con la vita, quella vita così
fragile che vive nelle sue esili strutture.
La figura umana potrebbe sembrare un campo d’indagine ristretto, una tematica povera; ma quello che è
sintomatico e conta è il modo in cui tali temi sono risolti, scavati
fino all’osso, resi essenziali, assoluti, insostituibili, e nei
quali tutto è così sottilmente calcolato e risolto che nulla può
essere mutato o spostato senza sovvertire l’ordine intero
dell’opera.
Questa concezione è per me il motore per il superamento continuo di se stessi, l'invito ad una contemplazione sempre più approfondita e, se esiste, l'arrivo alla vera comprensione. Spero di liberarmi presto e definitivamente del fardello dell'opera risolta e di imparare ad accettare il continuo processo come essenza dell'opera artistica.
Giulia Ratti
giuliaratti7@gmail.com



