lunedì 22 aprile 2013

Fallimento


In due anni di accademia di belle arti ho dovuto imparare a convivere con il fallimento

Fino ad ora sono sempre passata dall'euforia iniziale alla delusione finale, ma in questi ultimi tempi ho preferito cambiare approccio. Frequento un'accademia che dà una forte impronta lavorativa al metodo d'insegnamento, quindi io e miei compagni veniamo messi sotto pressione dai professori per farci produrre a più non posso, alcuni pretendono quasi un'opera definitiva alla settimana. 
A volte mi sembra che le opere siano un mezzo e che il fine diventi il portfolio, questo inquietante file InDesign, che ci fa intravedere il miraggio dell'ultimo aggiornamento e che ci porta a stipare il computer di infinite versioni che assumono nomi sempre più contorti da “portfolio-def-def_low_quality_web”, passando da “portfolio aggiornato_docva_3”, finendo con “portfolioDef4_ultimissima_versione_aggiornato_per_ultimo_davvero_questa_volta!”.
Per molto tempo ho considerato una mia inettitudine soffrire per le tempistiche istituzionali, ma ho deciso per una volta a prendermi il mio tempo e sono riuscita ad avere una visione più nitida. Tantissimo mi ha aiutata leggere su Alberto Giacometti e più di tutto provare a capire che tipo di rapporto aveva con le sue opere. Per lui ogni sua opera era di per sé un fallimento, moltissime delle sue sculture sono state salvate dai calchi del fratello Diego, queste opere erano parte di un processo, un continuo tentativo di mostrare come vedeva la realtà. Trovo emblematico il fatto che le proporzioni iniziali delle sue sculture fossero fedeli ai modelli e che solo successivamente si assottigliassero. In tal senso si spiega anche la ragione delle piccole e minime misure che le sculture di Giacometti avevano. La statua per vivere richiede sempre attorno a sé un riposo, una zona di vuoto; solo per questo è possibile risolvere meglio quelle di piccole dimensioni; per le altre occorrerebbe troppo spazio: non più una stanza, ma una certa porzione d’aria libera determinata dalle sculture stesse. Il tentativo di ricreare un oggetto che dia una sensazione il più possibile vicina all’emozione provata ‘per la prima volta’ dall’artista medesimo alla vista del soggetto. Tutte le altre cose, gli stessi problemi più o meno teorici non sono che dei mezzi per raggiungere questo fine; quanto lo sono la creta, il gesso e l’acqua per modellare. Il fallimento era intrinseco al suo operare artistico, forse nulla lo spiega meglio di questa sua frase: “Io non riconosco più le persone a forza di rivederle. […] Quando mia moglie posa per me, in capo a tre giorni non si somiglia più. Non la riconosco assolutamente più”. Lo sguardo di Giacometti era tanto analitico da carpire i cambiamenti della realtà, da non riuscire a stare al passo con la vita, quella vita così fragile che vive nelle sue esili strutture.
 La figura umana potrebbe sembrare un campo d’indagine ristretto, una tematica povera; ma quello che è sintomatico e conta è il modo in cui tali temi sono risolti, scavati fino all’osso, resi essenziali, assoluti, insostituibili, e nei quali tutto è così sottilmente calcolato e risolto che nulla può essere mutato o spostato senza sovvertire l’ordine intero dell’opera.

Questa concezione è per me il motore per il superamento continuo di se stessi, l'invito ad una contemplazione sempre più approfondita e, se esiste, l'arrivo alla vera comprensione. Spero di liberarmi presto e definitivamente del fardello dell'opera risolta e di imparare ad accettare il continuo processo come essenza dell'opera artistica.

Giulia Ratti
giuliaratti7@gmail.com

Montage, Mon Beau Souici




Qualche tempo fa ho avuto il piacere di ascoltare Eyal Sivan, durante una conferenza tenutasi qui a Milano, proporre al pubblico il suo progetto "Montage Interdit" - un lavoro su Jean-Luc Godard.
Piuttosto che un'opera filmica, pare che il cineasta israeliano abbia optato per una riflessione sul cinema stesso. Si tratta, infatti, della costruzione online di un vastissimo archivio ragionato contenente quasi tutte le opere del celebre regista francese. 
Nel 1951,  Andrè Bazin fondava i suoi "Cahiers du cinema", portando avanti le sue tesi sul realismo del montaggio cinematografico e le teorie riguardanti il "montaggio proibito". Godard dal canto suo, criticò tale posizione: è proprio il montaggio la grande virtù cinematografica che crea nello spettatore una coscienza politica e da l'idea dell'effettivo intervento consapevole dell'autore all'interno della drammaturgia; non si tratta, parlando di cinema, di una mera imitazione della realtà.
Sivan, dotato del vero dono dell'eloquenza, racconta meticolosamente il progetto cominciando proprio dalla definizione che egli stesso, con l'aiuto di illustri precedenti filosofici, da di "archivio".
Rimarca il grande collegamento che c'è fra l'archivio e l'autorità; archivio è ordine, nel senso di "comando", fisico e ontologico, dice; archivio è istituzione. Propria dell'archivio è una certa narrativa, un ethos; archivio è la possibilità di controllare il passato ed il futuro, e dunque uno strumento di potere. 
Ciò che interessa a Sivan è rompere il processo che compone l'archivio - rifacendosi alle teorie di Agamben riguardo alla sua profanazione - attraverso un movimento perpetuo fra archiviazione, de-archiviazione e ri-archiviazione, definendo ulteriormente "archivio" come, appunto, "a theory of practice".
Nella volontà di Sivan è anche l'annullamento delle gerarchie fra citazione e nota alla citazione, e dunque coesistenza fra ciò che è stato detto (passato) e la sua interpretazione (presente). 
Al centro del discorso è il tema a lui estremamente sensibile del conflitto fra Israele e Palestina. Sivan afferma che non si tratta di un problema marginale bensì centrale per l'Europa. " Quando ci domandiamo chi sia europeo ci stiamo domandando soprattutto chi non lo sia". Spiega che oggi quando si parla di non europei ci si riferisce soprattutto ai musulmani. 
I soldati tedeschi solevano chiamare quella condizione di non vivi e non morti in cui riversavano gli ebrei nei campi di concentramento come "musulmana", Primo Levi ed anche Giorgio Agamben ci parlano di questo.
Ebbene, nel 1976 la Lega Araba commissionò allo Dziga Vertov Group, e dunque a Jean Luc Godard in primis, un film che spiegasse ciò che accadeva in Palestina all'epoca. Godard abbandonò dapprima il progetto per poi riprenderlo e farne una sorta di video-saggio, una critica al proprio lavoro intitolata "Ici et Ailleurs". Per trattare l'argomento, cioè l'accostamento fra quella che era la situazione degli ebrei e quella che è oggi quella dei musulmani, utilizzò proprio la tecnica del montage interdit, ovvero: l'accostamento di due immagini dalla cui fusione nasce una terza figura.

"Montage interdit", la piattaforma online di creazione di Eyal Sivan, si compone di una raccolta di 163 film di Godard divisi per argomento, disposti in un sistema multi-lineare che permette non solo la visione del film selezionato ma, a scelta, di accedere anche ad una sorta di commentaire simultaneo; delle vere e proprie "note" in cui alcuni personaggi danno il loro contributo critico in attinenza col materiale che si è scelto di visionare. Sivan fa in modo da raggruppare all'interno del suo archivio, diviso in tag, tutto il materiale fruibile dando la possibilità di rimescolare le carte - infatti è possibile riorganizzare tutto secondo criteri personali. In tal modo abbiamo l'opportunità di lavorare su un archivio completamente aperto al pubblico ove ciascuno possa ricreare la propria timeline a piacimento.

L'incontro termina con la visione di un'intervista a Godard che, ahimè, non sono più riuscita a ritrovare. Disegnando una stella di David, il regista spiega il meccanismo dello "stereo", del riflesso, applicato alla popolazione ebraica. Gli ebrei scampati al genocidio in Europa e giunti in Palestina riflettono - a discapito dei territori,della cultura e del popolo palestinesi - lo stesso atteggiamento che fu un tempo quello dei nazisti contro di loro. 

Anche se in maniera piuttosto sintetica, tenevo a trattare questo argomento: si tratta di un input messo a disposizione per chi voglia informarsi, visitare il sito e fruire del suo archivio. Ho trovato il progetto e le parole di Sivan illuminanti sotto molti aspetti, e la maniera con cui usa affrontare, in tutta la sua opera, i temi del conflitto tra Israele e Palestina dovrebbe essere da esempio per tutti noi. 
Mi sono interrogata a lungo, dopo questo incontro, sul ruolo dell'artista in merito ai grandi temi della politica, dell'attualità, della critica al sistema. Spesso, nei contesti emergenti e non solo, mi sembra che ci si preoccupi poco delle responsabilità dell'artista nella società di oggi, finendo con il contribuire solo a mortificare la sua importanza. Pare che tutto sia ridotto a pura manifestazione di mondanità; il destino dell'arte è nelle mani dell'intellettuale al cospetto delle leggi di mercato: il critico, il curatore, il gallerista..
Questo stato delle cose suscita in me grande amarezza. L'esempio di Eyal Sivan, come di molti altri, mi è tuttavia di conforto; il lavoro di personalità integerrime e disposte alla ricerca della verità - voce universale che appartiene a tutti, senza categorie - è forse ciò che considero più vicino alla mia, personalissima, idea di ciò che Arte dovrebbe rappresentare.

Qui puoi trovare il sito internet: Montage Interdit di Eyal Sivan














di Camilla Salvatore

domenica 21 aprile 2013

Avete mai visto le sedie del cenacolo?




Sfogliando il Corriere della Sera di oggi a pagina 26, ho letto che per il Salone del Mobile lo studio Ghigos ha proposto la mostra "Le tredici sedie mai dipinte durante l'ultima cena di Leonardo".

Non voglio esprimere la mia opinione su questo progetto di design, vorrei invece fare il confronto con un'altra cosa agghiacciante che ho visto l'anno scorso durante un viaggio a Padova. Ero ospite di un'amica che mi ha gentilmente fatto fare il giro di tutta la città. Si poteva tralasciare la Cappella degli Scrovegni? Ma naturalmente no. Allora fiduciose, sotto il sole d'agosto, siamo andate a visitarla. Al fine di non rovinare il capolavoro Giottesco era necessario rimanere in una sala d'attesa per venti minuti (credo servisse per l'umidità). Per intrattenere i volenterosi turisti, hanno pensato bene di far partire un video curato da Sgarbi che introducesse la visita a gli affreschi. Cosa avrei dovuto fare? Era orribile! Per salvaguardare il mio cervello, mi sono addormentata, o forse sono svenuta. Ovviamente tutti mi hanno guardata con uno sguardo di profonda disapprovazione, sono sembrata l'ultima delle ignoranti. Purtroppo però quel giorno mi sono trovata di fronte a una delle tantissime volte in cui di arte si parla male. Soprattutto quando poi ho effettivamente guardato gli affreschi, ho compreso quanto quel video abbia limitato le percezioni e le emozioni di chi guarda quell'opera immensa. Per me vedere gli affreschi di Giotto è stato emozionante, molto introspettivo, sublime e mille altre cose ancora e ho avuto paura che quel video invece avesse intaccato la purezza dello sguardo delle persone sconosciute che erano a fare la visita con me.

Purtroppo andare a visitare mostre istituzionali di arte diventa solo l'autocelebrazione della propria sapienza nozionistica perché nessuno ci insegna a vedere oltre l'iconografia e a pensare all'arte come momento di socialità e di ocasione di riflessione. La nozione deve essere solo il primo passo per una vera fruizione dell'opera, per il viaggio che ognuno intraprende in solitaria all'interno dei propri pensieri. Purtroppo le istituzioni non sono in grado di incoraggiare il grande pubblico; siamo messi male.


Giulia Ratti

giuliaratti7@gmail.com

sabato 20 aprile 2013

Intenti


Siamo Giulia Ratti, Camilla Salvatore e Giulio Scalisi, tre giovani artisti e studenti universitari.

Il nostro intento è di parlare dell'arte e delle sue derive con atteggiamento critico, senza tuttavia perdere freschezza. Moduleremo i contenuti del blog in base al nostro desiderio di creare un dibattito alla pari e di parlare delle nostre riflessioni personali. Una sorta di caffè letterario online.


In Disparte parleremo di argomenti di indagine e di interesse personale.

Vi proporremo periodicamente opere e portfolio di giovani artisti che apprezziamo.

Vi segnaleremo attraverso un calendario gli eventi più interessanti del panorama culturale milanese.

Ci piacerebbe inoltre incoraggiare collaborazioni e progetti con artisti.


Accettiamo volentieri critiche e suggerimenti.

Enjoy it