lunedì 22 aprile 2013

Montage, Mon Beau Souici




Qualche tempo fa ho avuto il piacere di ascoltare Eyal Sivan, durante una conferenza tenutasi qui a Milano, proporre al pubblico il suo progetto "Montage Interdit" - un lavoro su Jean-Luc Godard.
Piuttosto che un'opera filmica, pare che il cineasta israeliano abbia optato per una riflessione sul cinema stesso. Si tratta, infatti, della costruzione online di un vastissimo archivio ragionato contenente quasi tutte le opere del celebre regista francese. 
Nel 1951,  Andrè Bazin fondava i suoi "Cahiers du cinema", portando avanti le sue tesi sul realismo del montaggio cinematografico e le teorie riguardanti il "montaggio proibito". Godard dal canto suo, criticò tale posizione: è proprio il montaggio la grande virtù cinematografica che crea nello spettatore una coscienza politica e da l'idea dell'effettivo intervento consapevole dell'autore all'interno della drammaturgia; non si tratta, parlando di cinema, di una mera imitazione della realtà.
Sivan, dotato del vero dono dell'eloquenza, racconta meticolosamente il progetto cominciando proprio dalla definizione che egli stesso, con l'aiuto di illustri precedenti filosofici, da di "archivio".
Rimarca il grande collegamento che c'è fra l'archivio e l'autorità; archivio è ordine, nel senso di "comando", fisico e ontologico, dice; archivio è istituzione. Propria dell'archivio è una certa narrativa, un ethos; archivio è la possibilità di controllare il passato ed il futuro, e dunque uno strumento di potere. 
Ciò che interessa a Sivan è rompere il processo che compone l'archivio - rifacendosi alle teorie di Agamben riguardo alla sua profanazione - attraverso un movimento perpetuo fra archiviazione, de-archiviazione e ri-archiviazione, definendo ulteriormente "archivio" come, appunto, "a theory of practice".
Nella volontà di Sivan è anche l'annullamento delle gerarchie fra citazione e nota alla citazione, e dunque coesistenza fra ciò che è stato detto (passato) e la sua interpretazione (presente). 
Al centro del discorso è il tema a lui estremamente sensibile del conflitto fra Israele e Palestina. Sivan afferma che non si tratta di un problema marginale bensì centrale per l'Europa. " Quando ci domandiamo chi sia europeo ci stiamo domandando soprattutto chi non lo sia". Spiega che oggi quando si parla di non europei ci si riferisce soprattutto ai musulmani. 
I soldati tedeschi solevano chiamare quella condizione di non vivi e non morti in cui riversavano gli ebrei nei campi di concentramento come "musulmana", Primo Levi ed anche Giorgio Agamben ci parlano di questo.
Ebbene, nel 1976 la Lega Araba commissionò allo Dziga Vertov Group, e dunque a Jean Luc Godard in primis, un film che spiegasse ciò che accadeva in Palestina all'epoca. Godard abbandonò dapprima il progetto per poi riprenderlo e farne una sorta di video-saggio, una critica al proprio lavoro intitolata "Ici et Ailleurs". Per trattare l'argomento, cioè l'accostamento fra quella che era la situazione degli ebrei e quella che è oggi quella dei musulmani, utilizzò proprio la tecnica del montage interdit, ovvero: l'accostamento di due immagini dalla cui fusione nasce una terza figura.

"Montage interdit", la piattaforma online di creazione di Eyal Sivan, si compone di una raccolta di 163 film di Godard divisi per argomento, disposti in un sistema multi-lineare che permette non solo la visione del film selezionato ma, a scelta, di accedere anche ad una sorta di commentaire simultaneo; delle vere e proprie "note" in cui alcuni personaggi danno il loro contributo critico in attinenza col materiale che si è scelto di visionare. Sivan fa in modo da raggruppare all'interno del suo archivio, diviso in tag, tutto il materiale fruibile dando la possibilità di rimescolare le carte - infatti è possibile riorganizzare tutto secondo criteri personali. In tal modo abbiamo l'opportunità di lavorare su un archivio completamente aperto al pubblico ove ciascuno possa ricreare la propria timeline a piacimento.

L'incontro termina con la visione di un'intervista a Godard che, ahimè, non sono più riuscita a ritrovare. Disegnando una stella di David, il regista spiega il meccanismo dello "stereo", del riflesso, applicato alla popolazione ebraica. Gli ebrei scampati al genocidio in Europa e giunti in Palestina riflettono - a discapito dei territori,della cultura e del popolo palestinesi - lo stesso atteggiamento che fu un tempo quello dei nazisti contro di loro. 

Anche se in maniera piuttosto sintetica, tenevo a trattare questo argomento: si tratta di un input messo a disposizione per chi voglia informarsi, visitare il sito e fruire del suo archivio. Ho trovato il progetto e le parole di Sivan illuminanti sotto molti aspetti, e la maniera con cui usa affrontare, in tutta la sua opera, i temi del conflitto tra Israele e Palestina dovrebbe essere da esempio per tutti noi. 
Mi sono interrogata a lungo, dopo questo incontro, sul ruolo dell'artista in merito ai grandi temi della politica, dell'attualità, della critica al sistema. Spesso, nei contesti emergenti e non solo, mi sembra che ci si preoccupi poco delle responsabilità dell'artista nella società di oggi, finendo con il contribuire solo a mortificare la sua importanza. Pare che tutto sia ridotto a pura manifestazione di mondanità; il destino dell'arte è nelle mani dell'intellettuale al cospetto delle leggi di mercato: il critico, il curatore, il gallerista..
Questo stato delle cose suscita in me grande amarezza. L'esempio di Eyal Sivan, come di molti altri, mi è tuttavia di conforto; il lavoro di personalità integerrime e disposte alla ricerca della verità - voce universale che appartiene a tutti, senza categorie - è forse ciò che considero più vicino alla mia, personalissima, idea di ciò che Arte dovrebbe rappresentare.

Qui puoi trovare il sito internet: Montage Interdit di Eyal Sivan














di Camilla Salvatore

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